Città
Pechino
Pechino (Beijing)
Pechino
Il luogo dove sorge Pechino ha ospitato l'uomo delle caverne 500.000 anni fa, ma sul sito della città odierna i più antichi manufatti ritrovati risalgono solo a 1000 anni a. C. La zona ha visto insediamenti umani di una certa importanza solo dal 500 a. C., quando vi si sviluppò un centro commerciale per lo scambio delle merci fra tribù dello Shandong e popolazioni mongole. Ospitò Ji, la capitale del regno Yan durante il periodo degli Stati Combattenti (476-221 a.C.) e fu poi teatro di continui combattimenti durante l'invasione dei mongoli khitani e degli Jurchin della Manciuria.
Nel 1215 fu incendiata da Gengis Khan e suo nipote Khubilai Khan la scelse come capitale nel 1279 e la chiamò Dadu, la Grande Capitale, nota a chi non ne faceva parte col nome di Khan-baluq, o la città del Khan. Khubilai Khan vi stabilì il suo centro di potere anche per rompere definitivamente con la tradizione sinizzatrice che accentrava i movimenti unitari intorno a Changan (oggi Xian nello Shaanxi), a Nanchino (Nanjing nello Jiangsu) e a Luoyang (Henan).
Alla caduta di Dadu a opera del generale Xuda, fedele ai Ming, la città viene ribattezzata Beiping, la Pace Settentrionale.
La Pechino monumentale di oggi nacque nel 1403, quando Yong-le (III imperatore Ming) vi portò la capitale dinastica che fu per 35 anni a Nanchino, chiamandola Beijing, la Capitale Settentríonale. Fece costruire dapprima la Città Proibita (il Palazzo Imperiale, 1407-1420), che cinse di alte mura; poi, intorno a questa, la Città Imperiale, dove risiedeva la corte, e oltre le mura della seconda città una terza città per la popolazione. In epoca Qing (1644 -1911) i Cinesi vennero scacciati dalla città (allora esterna) per motivi di sicurezza; al loro posto vi si stabilirono i Manciù invasori, che la chiamarono Città Tartara (o Città Interna), isolandola, con una terza cinta di mura, dalla Città Esterna, dove vivevano i Cinesi costretti a portare il "codino" pena la decapitazione.
Sotto i Qing, Beijing si allargò, arricchendosi di templi, pagode e palazzi, ma, a partire dalla metà del XIX secolo, divenne teatro di violenze: la rivolta Taiping, lo strapotere della reggente Cixi, gli interventi anglo-francesi del 1860, la rivolta dei Boxer del 1900, l'invasione nipponica del 1937, le tensioni originate dal Kuomintang e dai Signori della Guerra, la presidenza di Yuan Shikai e infine la Liberazione della città nel 1949, con la conseguente proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao Zedong in Piazza Tiananmen, davanti una folla di mezzo milione di persone.
Dopo la Liberazione l'urbanistica di Pechino venne ridisegnata. La zona della Città Proibita continuò a ospitare l'amministrazione nazionale; all'intemo delle mura cittadine restava il divieto per le alte costruzioni e tra il 1950 e il 1952 vennero abbattute le mura esterne per far spazio a una serie di viali a quattro corsie, che avrebbero permesso la circonvallazione della città.
Piazza Tiananmen venne estesa a 40 ettari e intorno furono costruiti mastodontici ma pur eleganti palazzi comunitari, mentre la città andava riempiendosi di industrie tessili, siderurgiche, petrolchimiche e meccaniche. Nel 1969 iniziarono gli scavi di 270 km di gallerie per ospitare una funzionale rete metropolitana, che serve anche da rifugio antiatomico, mentre in periferia, oltre i palazzoni costruiti in stile sovietico, sorsero comuni agricole per provvedere a nutrire la popolazione che continuava ad aumentare. Oggi le comuni non esistono più, la terra è stata ridistribuita ai contadini. Sulle tavole pechinesi giungono maggiori varietà di prodotti agricoli, ma i prezzi salgono giornalmente nei mercati.